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Giorgio da me pretendeva
l'impossibile. Io avevo bisogno di protezione e per paura di
sbagliare delegavo le scelte a quelli che mi stavano vicino,
lasciando che fossero loro a prendersi le responsabilità. Ero io a
stabilirlo, eppure dentro mi riempivo di rabbia, perché la vita non
la vivevo, dovevo avere il consenso e l'approvazione di tutti prima
di decidere qualsiasi cosa. Amavo Giorgio perché era indipendente
ed in mano teneva il suo destino, mentre cercava d'aiutarmi perché
io facessi altrettanto. "Luisa, in te vedo una donna con la sua
personalità fatta di idee, progetti, mete ed esigenze. Sei forte,
lo sento, devi solo lottare." m'incitava cullandomi tra le
braccia ed io lo ascoltavo in silenzio, rispondendogli soltanto con
pensieri avversi. Come mi sentivo lontana dai suoi sogni, lui stava
puntando troppo in alto provocandomi unicamente delle crisi
d'angoscia quando provavo a confrontarmi con le sue aspettative.
Io
anelavo a possedere la sicurezza totale, nascondendomi dietro chi mi
viveva accanto. Avessi ceduto col diventare colei che Giorgio vedeva
in me, avrei dovuto affrontare gli imprevisti, l'ignoto ed
indubbiamente far soffrire chi mi amava. Che paura avevo di volare e
di accettarmi per com'ero! Mi convinsi che uno scheletro senza
l'anima ed intenzioni proprie non contrariava nessuno e la malattia
proseguì. Mi ricoverai altre volte ed ormai ero diventata un caso
clinico: le affezioni continuavano a susseguirsi, il mio corpo spariva ed ora portavo un
busto perché non
riuscivo a reggermi sulla schiena causa la magrezza. Le reni si
erano abbassate ed il fegato si era ingrossato, forse anche gli
organi vitali cercavano un nuovo posto. Lì, dove tutto era ridotto
al minimo, anche la volontà per ritrovare il coraggio di opporsi al
tormento era compressa. Al mattino appena uscivo dal bagno mi pesavo
e, durante la giornata, salivo sulla bilancia ogni qualvolta
vomitavo.
Era un'altra mania cominciata dopo chissà
quale avvenimento e serviva a rafforzare il potere di superiorità
che credevo di possedere. Rifiutando di adattarmi alla complessità
della normale routine quotidiana, sfidavo le persone che erano
costrette a nutrirsi per sopravvivere con la leggerezza del corpo e
la pesantezza dell'anima malata. Intanto, inconsciamente sprofondavo
in un pozzo, calandomi verso il basso mi lasciavo cadere, toccando
quasi il fondo dove esiste il confine che separa la depressione
dalla pazzia. Quando incontravo qualcuno sentivo trapassarmi gli
spigoli delle ossa dal suo sguardo indagatore, infine negli occhi vi leggevo la pietà che provava
per me e ciò mi rattristava, ma non abbastanza da cambiare gioco.
Uscivo pochissimo per evitare la curiosità degli altri verso la mia
persona, così il mondo che mi ero costruita aveva sempre meno
spazio da condividere con chicchessia. Le notti le passavo a pensare
o ascoltando il mio corpo che parlava contraendosi dalla fame. Mi
attraeva soprattutto la folle resistenza che aveva, gli negavo ogni
cosa eppure rispondeva alle normali funzioni vitali, come respirare
o camminare, sembrava quasi volesse conservarsi in eterno.
Meditare
non era un passatempo, si sostituiva alle parole che non avevo il
coraggio di pronunciare, riempivo i pensieri di immagini funeste.
Fantasticavo sul come e quando morire: speravo sarebbe accaduto
all'alba, quando i primi accenni del sole avrebbero destato il
giorno. Sarei rimasta sveglia l'intera notte aspettando quel momento
di immensa pace. Avevo timore di ogni cosa eppure della morte non
avevo paura, perché mi avrebbe alleggerito dal dolore di vivere
ancora. L'amore che provavo per Giorgio non bastava a darmi la forza
di esistere e mi sentivo in colpa anche per questo. Soffrivo per
averlo coinvolto in questa storia, eppure avevo bisogno che lui mi
aiutasse e, nel frattempo, desideravo con tutta me stessa di
restituirgli la libertà. Quell'estate andammo al mare insieme a
degli amici. Non avevo mai trascorso le ferie senza il sostegno dei
miei genitori, ma m'imposi di comportarmi normalmente. Quando
ritornammo a casa, la routine dei giorni tutti uguali affievolì la
convinzione che avrei trovato la forza di esistere e mi lasciai
scivolare nella depressione. Mi addentrai nell'anima nascondendomici
dentro, dove il dolore risuonava ossessivo per rammentarmi che avevo
fallito come altre volte. Delusa, accettai tacitamente che il lavoro,
l'impegno sociale e gli amici allontanassero Giorgio da me. Il tempo
per stare insieme non poteva essere globale quanto lo era il mio
sentimento possessivo nei suoi confronti e, detestando le sue
occupazioni, protestai nell'unico modo che conoscessi: farmi del
male. Reagii al distacco rifiutandomi di mangiare per giorni interi,
senza bere neppure un sorso d'acqua, e le mie labbra si screpolarono
dalla disidratazione. Seguì poi un periodo nel quale mi rimpinzai
di tutto per vomitare la rabbia di averlo perso nuovamente: ancora
digiuno, cibo, vomito per punire Giorgio perché mi abbandonava in
balìa della sofferenza che mi stava annientando.
Tutto questo
inscenando la commedia di chi è più forte di qualsiasi
disperazione, sempre con l'amaro sorriso della sfida. Mi si negava
di amare a modo mio e perciò usavo il corpo come un bersaglio. Lo
maltrattavo e lo odiavo, rinunciando a prendermi cura di quell'involucro
sempre più trasparente che celava in sé ferite profonde. All'età
di vent'anni, nella primavera del settantanove, raggiunsi i
trentadue chili e fui ricoverata a Pavia. Il primario e i dottori,
dopo la solita cronistoria di tutto quello che era capitato
dall'inizio ed effettuati alcuni accertamenti, finalmente intuirono
che era opera della mia mente il voler distruggermi rifiutando il
cibo per nutrirmi. Dalle analisi e dai vari esami risultò che
fisicamente ero ridotta davvero male. La denutrizione, il vomito e
lo stress nervoso avevano deteriorato parecchio l'organismo.
"Come va oggi?" chiese il dottore che mi aveva in cura.
"Va come sempre. Ho rigettato tutto come al solito ed ora ho lo
stomaco che si contrae, sa spiegarmi il perché?" m'informai.
Lui mi guardò da sotto gli occhiali, sembrava cercasse le parole
giuste per illustrarmene le cause. "Vedi, i tuoi guai derivano
da due malattie poco note, una opposta all'altra: la prima ti fa
desiderare di non alimentarti e la seconda di esagerare
nell'ingoiare cibo per permetterti di espellerlo, comunque entrambe
puntano a rovinare i tuoi giorni con la loro presenza." mi
spiegò pazientemente, e continuò: "Si chiamano
"Anoressia nervosa" e "Bulimia", ne hai sentito
parlare qualche volta?" "No, mai. C'è la possibilità che
guarisca?" chiesi falsamente allarmata. "Dipende
soprattutto da te. Questo genere di malesseri, attualmente poco
diffusi, colpiscono soprattutto le adolescenti. Praticamente è da
quando avevi circa quattordici anni o forse prima che hai
cominciato ad avere un comportamento sbagliato con il cibo."
Si fermò un attimo e poi riprese: "E' tutto chiaro fino a
qui?" "Sì, credo di sì." "Bene, allora ora ti
dirò come procederemo per aiutarti.
Da
domani farai piccoli pasti e integreremo la dieta con le fleboclisi,
inoltre sarai sorvegliata perché devi smettere di vomitare.
Le
infermiere avranno l'ordine di seguirti ovunque andrai."
"Anche in bagno?" chiesi terrorizzata. "Sì!
Dappertutto." disse alzandosi per uscire dalla stanza. "A
domani, signorina." "A domani." risposi
arrabbiatissima perché mi si negava la libertà di vomitare. Dal
giorno dopo iniziò la mia protesta e non toccai cibo per una
settimana, ovviamente le flebo dovevo subirle, ma ero comunque contenta di non farmi tentare dai pasti che mi servivano Dopo
dieci
giorni di degenza avevo perso altri due chili, il viso era scarno e
mi divertivo a sentire le ossa dello scheletro. Rammento che
m'impressionava soprattutto il polso, perché si era come
appiattito. Gli occhi erano tristi, profondi come fossero due
gallerie senza uscita,
vi si poteva leggere la solitudine, la disperazione e la voglia di
non esistere.
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Il personale del reparto cercò di convincermi a
mangiare ma io opponevo resistenza: li avevo in pugno. Una sera
entrò nella stanza il medico che mi seguiva e si sedette sul letto.
"Che vuoi fare? Hai proprio deciso di morire?" chiese
indispettito. "Perché ti rifiuti di mangiare? Vuoi che ti
teniamo qui ancora a lungo?" Mentre parlava guardavo fuori
dalla finestra, concentrandomi sulle gocce di pioggia che cadevano
violentemente, serviva ad estraniarmi dalle sue domande. "Se tu
non mi aiuti a fermare quella specie di bomba a tempo che hai
dentro, chiamata autodistruzione, io ti perderò. Lo capisci?"
Mi parve di capire che stava davvero soffrendo, allora lo guardai.
"Io non posso farci nulla." risposi con disinteresse.
"Invece puoi! Se collaborerai con me, troveremo sicuramente una
soluzione ideale. Per guarire ci vuole la tua volontà insieme al
mio sostegno, proviamo?" "Mi mancano le forze per
aiutarti, sono stanca....... Vorrei dormire e non vi riesco, ho
sempre freddo e poi sono sfinita, esausta." mi difesi.
"Puoi venirne fuori ed io non so come fare a convincerti di
questo!" Rimase lì, seduto, immobile, cercando di catturare
il mio sguardo con i suoi occhi neri: sembravano brillare di una
luce che arrivava direttamente dal cuore. Chissà se a provocare la
violenza che usò nel prendermi la mano per tirarmi giù dal letto
fu il sentimento di impotenza che avvertì nello specchiarli nei
miei, tanto pieni di niente. "Vieni con me, ora ti porterò a
far visita ad altre persone affette dalla tua sintomatologia."
La stanza girava, ma lui mi sorresse e quando il capogiro cessò
andai con lui. Attraversammo due padiglioni dell'ospedale ed
arrivammo nel reparto di Neurologia. Notai che c'era molto buio,
perché gli ammalati preferivano l'oscurità. Le femmine superavano
come numero i maschi ed erano tutti magrissimi, qualcuno più di me.
Insomma, fisicamente sembravamo degli adolescenti, con la pelle
grigiastra, le occhiaie ed alcuni persino senza capelli. L'unico
desiderio che contasse era quello di abbandonare la lotta per dire
basta al dolore che pesava nell'anima, non ci sentivamo importanti
per nessuno pur amando eccessivamente. Il dottore mi osservava
durante la visita a quei ragazzi che mi assomigliavano,
probabilmente si aspettava che io parlassi, facessi domande o
qualsiasi altra cosa all'infuori del mio ostinato silenzio. Quando
tornammo nella stanza raccolse le poche carte che aveva abbandonato
sopra il letto e fece per andarsene. "Speravo che ti facesse un
po' di effetto il vedere come ti ridurrai se continui così, ma mi
sbagliavo. Pazienza...." disse con delusione, quasi parlasse a
sé stesso e non a me.
"Tutti perdono i capelli?"
"Quando la malattia è molto avanti è una conseguenza come
un'altra. Tu ne hai persi?" "Sì, qualche ciuffo, pensavo
fosse dovuto alla debolezza o a qualcosa di passeggero come il
cambio di stagione." "Non ci si ferma soltanto a questo:
avrai problemi ai denti, alle unghie e le ossa diventeranno fragili.
Gli uomini sono fatti di materia e tu stai distruggendo il tuo
patrimonio genetico senza fare nulla. Altre domande?"
"No." Pensavo e mi lasciavo morire, dov'era Giorgio mentre
questo accadeva? Ero la sua donna e lui non c'era, non era in grado
di aiutarmi. Sembravo una farfalla dalle ali sbiadite pronta ad
effettuare l'ultimo volo, volevo salire verso il cielo alzandomi
oltre le mie possibilità, per poi precipitare nel vuoto. Non
esprimevo più nulla verbalmente, quasi avessi barattato le parole
con una quiete fasulla e muta. Le persone, vedendomi così,
evitavano quasi di disturbare. Io non ero del mondo, non ne facevo
parte, volevo schiantarmi oltre il cielo e la sofferenza che mi
apparteneva come una seconda pelle. Anche tra noi calarono silenzi
infiniti, eravamo ancora uniti ma aspettavamo la fine. |