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Mi divorai divorandomi con il solo pensiero.
La larva che nacque con me iniziò
sin dalla prima poppata a divorarmi.
Divorare la stessa anima con il
pensiero,
divorare la carne, le ossa,
gli organi interni con il pensiero,
divorare il pensiero….
Non si può spegnere il pensiero ed
esso divora ogni più piccola cellula di vita:
divora l'essere, la forma, l'interiorità,
divora i buoni propositi,
divora la gente attorno,
divora la vita stessa.
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La bulimia e l'anoressia
sono la devastazione che grida da dentro un "no"
silenzioso ed impossibile da percepire per chi ti vive accanto. E'
l'enorme paura per ciò che inevitabilmente muta.
Tutto ciò che mi procurava inquietudine lo vivevo credendo fosse
impossibile cambiarlo, e il vomito o il completo digiuno erano la
via per comunicare il mio disagio. La larva che attraverso il
pensiero mi consumava asciugò il corpo, lo rese cadaverico con la
pelle lattea. Crescendomi dentro, occupò tutto lo spazio.
Tramutai la mia esistenza in un unico doloroso pensiero altalenante:
digiunare o ingoiare per vomitare. Il tempo trascorreva in questa
dimensione di sofferta consapevolezza: non avrei mai allontanato da
me i mostri che mi avevano ridotta in schiavitù. Il ritmo della
vita normale serviva per assorbire dolore puro, motivo in più per
usare il digiuno o il vomito come vie di fuga. Il mio corpo malsano
attraversava ogni sorta di emozioni o forse erano loro che
oltrepassavano la mia trasparenza, fatto sta che il mio più grande
desiderio era morire.
Durante i periodi peggiori di anoressia alternati alla bulimia, per
mezzo dell'autodistruzione dialogai con la morte, consumai il mio
corpo, praticamente lo divorai.
Vegetavo cercando di rovesciare il percorso logico della vita come
se, ripercorrendola in senso inverso, avessi potuto esaurirne
completamente l'energia vitale. Distruggevo l'involucro dell'anima
per denudarla e bramavo che ciò che conteneva diventasse visibile.
Ogni eccesso materico corporeo stava sparendo a causa del digiuno e
della fame, poiché desideravo scomporre la materia della quale ero
composta per ridiventare una cellula nel nulla. Mi baloccavo con il
pensiero della morte sperando quasi di trovare il modo di
riavvolgere la pellicola della mia vita per filmarla in un istante
futuro. |
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Vagavo tra le mie
dipendenze, ma non ero condizionata esclusivamente dall'anoressia e
bulimia. Esse sembravano dominanti, mentre invece, come se
desiderassi percorrere velocemente la via per giungere all'inferno,
abbracciai più schiavitù. Infinite erano anche quelle di contorno.
Dipendevo dalle malattie, dai diuretici, dai lassativi, dalle
sigarette fumate l'una dopo l'altra senza nessun ritegno e dagli
psicofarmaci, tutto perché il desiderio di amare ed essere amata
non mi dava la serenità che cercavo. Quelli che spesso si
semplificano chiamandoli impropriamente "vizi" sono
aspetti quasi sempre legati ai sentimenti. In tali situazioni
l'equilibrio umano null'altro è che l'illusorio percorso nel buio
di una notte, ove spesso non si distingue più il chiarore delle
stelle.
La disperazione, e così il dolore, non
sono condivisibili alle volte neppure con noi stessi. L'uomo è una
dimensione di tempo: dentro di sé ha l'alba e il tramonto, l'aurora
e il crepuscolo, la luminosità e le tenebre. La paura di vivere mi
costrinse ad isolarmi in un mondo irreale ove non subivo confronti,
ma coabitavo esclusivamente con i fantasmi che mi
distruggevano.
Ero pura emotività destinata a vivere
negativamente anche le cose belle. Sentivo dentro una forza
innaturale che mi chiedeva di amare, eppure ogni esperienza d'amore
la sgretolavo, credevo di essere in grado di dare, ma era troppo il
bisogno di ricevere e le aspettative superavano di gran lunga i
sentimenti.
Io volevo morire perché la sopportazione
del dispiacere causato dal mio modo d'amare si era esaurita, volevo
cedere alla morte, anche del cuore, per non sentire e non ascoltare
più il dolore che in esso si stratificava.
Toccai i trenta chili! Pareva che a quel
punto nulla più mi avrebbe potuta salvare: dipendevo totalmente
dalla malattia e dalla rabbia che, crescendo in me come un cancro,
accentuò il desiderio di farla finita.
Perdendo il rispetto per la mia persona,
persi tutto il resto. Persi le persone che mi erano amiche poiché
si sentivano a disagio incontrando il mio sguardo vacuo. Persi
l'uomo che mi amava: estraniandolo dalla mia vita egli scelse di
vivere la propria allontanandosi da me. Persi il lavoro,
l'indipendenza economica, persi tutto il peso che potevo perdere.
Persi la possibilità di essere obiettiva, inabissandomi tra cielo
ed inferno e toccando quest'ultimo a cuore aperto. Più il dolore
prendeva forma e consistenza più il mio corpo denunciava la sua
sofferenza e il mio cervello invocava la fine.
In certe notti buie, quando il mondo
dormiva, ascoltavo il mio corpo dolorante che mi chiedeva pietà. In
lui tutto era fuori posto: gli organi erano compressi perché non
avevano più il sostegno della muscolatura e le ossa disegnavano la
mia figura come un insieme di spigolosità evidenziate
dall'esagerata magrezza. Ogni movimento mi costava fatica, persino
il sangue che scorreva nelle mie vene pulsando mi procurava
dolore.
Tutti hanno un fondo prestabilito da
toccare, il mio era sfuggente, come mi pareva d'averlo toccato mi
portava ancora più giù. |
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COSÌ RINACQUI:
Ignoti pensieri |

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Nel giorno più lungo del mondo
mi slegai dai fili del nulla,
due gocce di folle dolcezza
si annidarono nel cuore
come macchie di notte eterna.
Vestita di sole perle di pioggia
m'incamminai incontro al tempo,
ignoti pensieri e parole inespresse
si scolpirono nel vento
come
doni per l'anima presente
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Parrebbe troppo bello poter dire che in
un'ora qualunque di un giorno qualsiasi strinsi nuovamente la mano
della vita. La strinsi così forte da provare persino ora la calda
sensazione del suo tocco. Ci volle un sacco di tempo per maturare
l'inversione del senso di marcia della mia esistenza eppure, appena
il momento fu propizio, presi questa decisione senza alcuna
incertezza.
Svariati sono i tipici comportamenti scorretti della malattia che a
lungo mi affiancarono: la solitudine, mi portò il panico,
l'inattività, la rabbia, il confronto, un senso di inadeguatezza
che mi faceva sentire inferiore anche al più misero uomo del
pianeta. Vi furono poi i problemi legati all'accettazione delle mie
forme femminili che stavano tornando, delle occhiate dei ragazzi e
della competitività delle ragazze. L'ingenuità e la timidezza
furono altre incognite che si aggiunsero.
La mia vita la recuperai in maniera non
indolore: la ricostruii sulle macerie di un rapporto che, a causa
delle mie vicissitudini, con il tempo si era deteriorato.
Indubbiamente non era stato facile neppure per l'uomo che adoravo e
stava con me da otto anni e mezzo vivere accanto alla morte senza
potermi offrire l'aiuto che desiderava darmi. Neppure il suo amore
era bastato, vi rinunciai e lo sacrificai perché lui rappresentava
il passato che affiancava gli spettri delle malattie.
E' stato come risvegliarsi dal coma: avevo ventiquattro anni ma nel
cuore ne portavo dieci in meno. Ero rinata senza pelle e senza
protezione interiore.
Non passò molto tempo che mi innamorai di
nuovo. Lui era bellissimo e mi chiedevo come mai avesse perso la
testa proprio per me. In sei mesi avevo acquistato peso ed ora ero
quarantasette chili per il mio metro e sessantacinque, non potevo
certo appartenere al tipo giunonico ma indubbiamente ero ben
proporzionata.
Dopo qualche tempo mi ripiombò addosso la
solitudine, la sensazione di non essere compresa e valorizzata,
purtroppo dopo un po' constatai che ero diventata 'scontata'.
Il vomito, l'inappetenza o il digiuno erano
le uniche conferme che avevo: potevo ancora scegliere se continuare
a credere in questo sentimento oppure mollare tutto e farla finita.
Lui non si accorgeva del dolore che toccavo con il cuore, era un
disagio tutto mio, che colpa poteva avere dei miei problemi? Infatti
non aveva nessuna colpa, eventualmente poteva solo accentuarli. Ero
io che avrei dovuto crescere cominciando ad amarmi, mentre invece
esigevo che lui mi riempisse d'amore, pensavo che fosse un mio
diritto reclamarlo perché credevo di donargliene tanto.
Ero sempre molto attenta ai bisogni di chi
mi viveva accanto, non mi sfuggiva mai niente e sapevo perfettamente
quali fossero le sue necessità. Presupponevo perciò che fosse
giusto pretendere pari interesse verso le mie priorità da parte di
chi sosteneva di amarmi.
Il legame con gli affetti, quando il male
è come un cancro che intacca il cuore, talvolta è un insieme di
egoismo possessivo apparentemente disinteressato. Chi non ama la
propria anima si attacca come il vischio alla vita di qualcuno ed
esige da lui la sua presenza costante, la soluzione di eventuali
problemi, ma soprattutto una continua conferma d'amore.
Volendo a tutti i costi vivere una fiaba
che non avesse mai fine, ogni cosa doveva avverarsi come nei sogni.
Chi ha un animo sognatore spesso crea attorno a sé una realtà
incantata, ove nulla o quasi è fuori posto, si adopra affinché
perduri ciò che soltanto dai suoi occhi e dal proprio animo può
vedere. L'impatto terribile con la verità mi dava un senso di
vertigine, la forza della malattia tornava, in quei momenti le due
persone che da sempre mi vivono dentro lottavano per avere il
dominio su me. Il male vinceva ancora.
Dopo tre anni avevo recuperato il peso
necessario a risolvere i problemi ormonali, causati dallo squilibrio
alimentare. Aspettavo finalmente un bambino.
La gravidanza così tanto voluta proseguì
tranquillamente. Mi vedevo, e confermo vedevo, gonfia come una
balena. Fu forte l'impatto con i chili accumulati durante l'attesa.
Crebbi lentamente vomitando con regolarità o astenendomi
dall'ingoiare cibo per giornate intere. Insomma: desideravo mio
figlio eppure mi comportavo da 'fuori di testa'.
Avevo molta paura che il nascituro avesse
qualche problema, ma non desistevo. L'idea autodistruttiva mi
dominava, la lotta impari con la mia metà oscura e malvagia vinceva
sempre.
In quel periodo, nonostante il peso che non
volevo accettare, la tensione e le ansie di ogni tipo, mi sentii per
la prima volta bellissima.
Portavo in giro il mio pancione contenta,
non svelai a nessuno che la bulimia o l'anoressia spesso prendevano
il sopravvento, mi vergognavo di ammettere che seppur mi sforzassi
di non farmi del male il tarlo delle malattie che erano in me non
aveva cessato di corrodermi l'animo.
Quando nacque nostra figlia, la solitudine,
quella maledetta solitudine percepita dalla nascita, mi diede prova
di essere nuovamente presente. La proiezione del nucleo familiare
che avevo sognato e idealizzato da sempre nella mia mente si
scontrò con la verità. Etc…etc…etc… |
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