Rinacqui senza pelle

  Index  
Opere
Biografia
Foto
Eventi
Fiabe
Ass. Nemo
scrivimi la tua posta non lasciarla chiusa nel cassetto

      Mi divorai divorandomi con il solo pensiero. 
      La larva che nacque con me iniziò sin dalla prima poppata a divorarmi. 
      Divorare la stessa anima con il pensiero, 
divorare la carne, le ossa, 
gli organi interni con il pensiero, 
divorare il pensiero…. 
      Non si può spegnere il pensiero ed esso divora ogni più piccola cellula di vita: 
divora l'essere, la forma, l'interiorità, 
divora i buoni propositi, 
divora la gente attorno, 
divora la vita stessa.

     La bulimia e l'anoressia sono la devastazione che grida da dentro un "no" silenzioso ed impossibile da percepire per chi ti vive accanto. E' l'enorme paura per ciò che inevitabilmente muta.
Tutto ciò che mi procurava inquietudine lo vivevo credendo fosse impossibile cambiarlo, e il vomito o il completo digiuno erano la via per comunicare il mio disagio. La larva che attraverso il pensiero mi consumava asciugò il corpo, lo rese cadaverico con la pelle lattea. Crescendomi dentro, occupò tutto lo spazio.
   
Tramutai la mia esistenza in un unico doloroso pensiero altalenante: digiunare o ingoiare per vomitare. Il tempo trascorreva in questa dimensione di sofferta consapevolezza: non avrei mai allontanato da me i mostri che mi avevano ridotta in schiavitù. Il ritmo della vita normale serviva per assorbire dolore puro, motivo in più per usare il digiuno o il vomito come vie di fuga. Il mio corpo malsano attraversava ogni sorta di emozioni o forse erano loro che oltrepassavano la mia trasparenza, fatto sta che il mio più grande desiderio era morire.
    
Durante i periodi peggiori di anoressia alternati alla bulimia, per mezzo dell'autodistruzione dialogai con la morte, consumai il mio corpo, praticamente lo divorai.

   
Vegetavo cercando di rovesciare il percorso logico della vita come se, ripercorrendola in senso inverso, avessi potuto esaurirne completamente l'energia vitale. Distruggevo l'involucro dell'anima per denudarla e bramavo che ciò che conteneva diventasse visibile. Ogni eccesso materico corporeo stava sparendo a causa del digiuno e della fame, poiché desideravo scomporre la materia della quale ero composta per ridiventare una cellula nel nulla. Mi baloccavo con il pensiero della morte sperando quasi di trovare il modo di riavvolgere la pellicola della mia vita per filmarla in un istante futuro.

   

     Vagavo tra le mie dipendenze, ma non ero condizionata esclusivamente dall'anoressia e bulimia. Esse sembravano dominanti, mentre invece, come se desiderassi percorrere velocemente la via per giungere all'inferno, abbracciai più schiavitù. Infinite erano anche quelle di contorno. Dipendevo dalle malattie, dai diuretici, dai lassativi, dalle sigarette fumate l'una dopo l'altra senza nessun ritegno e dagli psicofarmaci, tutto perché il desiderio di amare ed essere amata non mi dava la serenità che cercavo. Quelli che spesso si semplificano chiamandoli impropriamente "vizi" sono aspetti quasi sempre legati ai sentimenti. In tali situazioni l'equilibrio umano null'altro è che l'illusorio percorso nel buio di una notte, ove spesso non si distingue più il chiarore delle stelle. 
     La disperazione, e così il dolore, non sono condivisibili alle volte neppure con noi stessi. L'uomo è una dimensione di tempo: dentro di sé ha l'alba e il tramonto, l'aurora e il crepuscolo, la luminosità e le tenebre. La paura di vivere mi costrinse ad isolarmi in un mondo irreale ove non subivo confronti, ma coabitavo esclusivamente con i fantasmi che mi distruggevano. 
     Ero pura emotività destinata a vivere negativamente anche le cose belle. Sentivo dentro una forza innaturale che mi chiedeva di amare, eppure ogni esperienza d'amore la sgretolavo, credevo di essere in grado di dare, ma era troppo il bisogno di ricevere e le aspettative superavano di gran lunga i sentimenti. 
     Io volevo morire perché la sopportazione del dispiacere causato dal mio modo d'amare si era esaurita, volevo cedere alla morte, anche del cuore, per non sentire e non ascoltare più il dolore che in esso si stratificava. 
     Toccai i trenta chili! Pareva che a quel punto nulla più mi avrebbe potuta salvare: dipendevo totalmente dalla malattia e dalla rabbia che, crescendo in me come un cancro, accentuò il desiderio di farla finita. 
     Perdendo il rispetto per la mia persona, persi tutto il resto. Persi le persone che mi erano amiche poiché si sentivano a disagio incontrando il mio sguardo vacuo. Persi l'uomo che mi amava: estraniandolo dalla mia vita egli scelse di vivere la propria allontanandosi da me. Persi il lavoro, l'indipendenza economica, persi tutto il peso che potevo perdere. Persi la possibilità di essere obiettiva, inabissandomi tra cielo ed inferno e toccando quest'ultimo a cuore aperto. Più il dolore prendeva forma e consistenza più il mio corpo denunciava la sua sofferenza e il mio cervello invocava la fine. 
     In certe notti buie, quando il mondo dormiva, ascoltavo il mio corpo dolorante che mi chiedeva pietà. In lui tutto era fuori posto: gli organi erano compressi perché non avevano più il sostegno della muscolatura e le ossa disegnavano la mia figura come un insieme di spigolosità evidenziate dall'esagerata magrezza. Ogni movimento mi costava fatica, persino il sangue che scorreva nelle mie vene pulsando mi procurava dolore. 
     Tutti hanno un fondo prestabilito da toccare, il mio era sfuggente, come mi pareva d'averlo toccato mi portava ancora più giù.

 

COSÌ RINACQUI: 

Ignoti pensieri 

 

Nel giorno più lungo del mondo 
mi slegai dai fili del nulla, 
due gocce di folle dolcezza 
si annidarono nel cuore 
come macchie di notte eterna. 

Vestita di sole perle di pioggia m'incamminai incontro al tempo, 
ignoti pensieri e parole inespresse 
si scolpirono nel vento 
           come doni per l'anima presente
    

     Parrebbe troppo bello poter dire che in un'ora qualunque di un giorno qualsiasi strinsi nuovamente la mano della vita. La strinsi così forte da provare persino ora la calda sensazione del suo tocco. Ci volle un sacco di tempo per maturare l'inversione del senso di marcia della mia esistenza eppure, appena il momento fu propizio, presi questa decisione senza alcuna incertezza. 
Svariati sono i tipici comportamenti scorretti della malattia che a lungo mi affiancarono: la solitudine, mi portò il panico, l'inattività, la rabbia, il confronto, un senso di inadeguatezza che mi faceva sentire inferiore anche al più misero uomo del pianeta. Vi furono poi i problemi legati all'accettazione delle mie forme femminili che stavano tornando, delle occhiate dei ragazzi e della competitività delle ragazze. L'ingenuità e la timidezza furono altre incognite che si aggiunsero. 
     La mia vita la recuperai in maniera non indolore: la ricostruii sulle macerie di un rapporto che, a causa delle mie vicissitudini, con il tempo si era deteriorato. Indubbiamente non era stato facile neppure per l'uomo che adoravo e stava con me da otto anni e mezzo vivere accanto alla morte senza potermi offrire l'aiuto che desiderava darmi. Neppure il suo amore era bastato, vi rinunciai e lo sacrificai perché lui rappresentava il passato che affiancava gli spettri delle malattie. 
E' stato come risvegliarsi dal coma: avevo ventiquattro anni ma nel cuore ne portavo dieci in meno. Ero rinata senza pelle e senza protezione interiore.
     Non passò molto tempo che mi innamorai di nuovo. Lui era bellissimo e mi chiedevo come mai avesse perso la testa proprio per me. In sei mesi avevo acquistato peso ed ora ero quarantasette chili per il mio metro e sessantacinque, non potevo certo appartenere al tipo giunonico ma indubbiamente ero ben proporzionata. 
     Dopo qualche tempo mi ripiombò addosso la solitudine, la sensazione di non essere compresa e valorizzata, purtroppo dopo un po' constatai che ero diventata 'scontata'. 
     Il vomito, l'inappetenza o il digiuno erano le uniche conferme che avevo: potevo ancora scegliere se continuare a credere in questo sentimento oppure mollare tutto e farla finita. Lui non si accorgeva del dolore che toccavo con il cuore, era un disagio tutto mio, che colpa poteva avere dei miei problemi? Infatti non aveva nessuna colpa, eventualmente poteva solo accentuarli. Ero io che avrei dovuto crescere cominciando ad amarmi, mentre invece esigevo che lui mi riempisse d'amore, pensavo che fosse un mio diritto reclamarlo perché credevo di donargliene tanto. 
     Ero sempre molto attenta ai bisogni di chi mi viveva accanto, non mi sfuggiva mai niente e sapevo perfettamente quali fossero le sue necessità. Presupponevo perciò che fosse giusto pretendere pari interesse verso le mie priorità da parte di chi sosteneva di amarmi. 
     Il legame con gli affetti, quando il male è come un cancro che intacca il cuore, talvolta è un insieme di egoismo possessivo apparentemente disinteressato. Chi non ama la propria anima si attacca come il vischio alla vita di qualcuno ed esige da lui la sua presenza costante, la soluzione di eventuali problemi, ma soprattutto una continua conferma d'amore. 
     Volendo a tutti i costi vivere una fiaba che non avesse mai fine, ogni cosa doveva avverarsi come nei sogni. Chi ha un animo sognatore spesso crea attorno a sé una realtà incantata, ove nulla o quasi è fuori posto, si adopra affinché perduri ciò che soltanto dai suoi occhi e dal proprio animo può vedere. L'impatto terribile con la verità mi dava un senso di vertigine, la forza della malattia tornava, in quei momenti le due persone che da sempre mi vivono dentro lottavano per avere il dominio su me. Il male vinceva ancora. 
     Dopo tre anni avevo recuperato il peso necessario a risolvere i problemi ormonali, causati dallo squilibrio alimentare. Aspettavo finalmente un bambino. 
     La gravidanza così tanto voluta proseguì tranquillamente. Mi vedevo, e confermo vedevo, gonfia come una balena. Fu forte l'impatto con i chili accumulati durante l'attesa. Crebbi lentamente vomitando con regolarità o astenendomi dall'ingoiare cibo per giornate intere. Insomma: desideravo mio figlio eppure mi comportavo da 'fuori di testa'. 
     Avevo molta paura che il nascituro avesse qualche problema, ma non desistevo. L'idea autodistruttiva mi dominava, la lotta impari con la mia metà oscura e malvagia vinceva sempre. 
     In quel periodo, nonostante il peso che non volevo accettare, la tensione e le ansie di ogni tipo, mi sentii per la prima volta bellissima. 
     Portavo in giro il mio pancione contenta, non svelai a nessuno che la bulimia o l'anoressia spesso prendevano il sopravvento, mi vergognavo di ammettere che seppur mi sforzassi di non farmi del male il tarlo delle malattie che erano in me non aveva cessato di corrodermi l'animo. 
     Quando nacque nostra figlia, la solitudine, quella maledetta solitudine percepita dalla nascita, mi diede prova di essere nuovamente presente. La proiezione del nucleo familiare che avevo sognato e idealizzato da sempre nella mia mente si scontrò con la verità. Etc…etc…etc…

torna sù

© Maria Luisa Borzaga